La casa di Barbie

Suonano alla porta, ho circa 3 anni e mezzo.
Mia madre mi invita a vedere chi bussa: Barbie e la sua casa mi chiedevano di entrare, dietro di loro, mia zia Anna. Le aveva incontrate in ascensore.

A momenti svenivo, tutto il fiato che avevo premeva per uscire.

Dopo un tentativo di rianimazione da parte di mio fratello, decisi che potevo rimanere anche in apnea. La sola cosa da fare era aprire la scatola e lanciarmi nella costruzione dell’edificio.

3 piani di cartone con ascensore: al primo piano la cucina; al secondo la zona living e al terzo la zona notte. Il tutto si teneva in piedi grazie a colonne di plastica gialle e l’ascensore (anche esso giallo) andava su e giù con una cordicina.

La casa era semi arredata. La dotazione prevista era: soggiorno minimalista (un divano, una poltrona e un tavolo gialli); un letto rosa; la cucina (frigo, vivande, fuochi, tavolo sedie).
Se la memoria non mi inganna credo di aver provveduto personalmente al completamento dell’arredo comprando:
1) integrazione del soggiorno: uno in vimini e uno anni 70 con plastica e rivestimento in stoffa colorata;
2) armadio e comodini;
3) piscina rosa, che prometteva bolle di sapone, che nessuno riuscì mai a far uscire;
4) varie ed eventuali.

Dopo 4 anni, le Barbie ed io traslocammo sul tappeto: la casa da tempo era in bilico, un anno di oscillazioni e poi il crollo.

La cosa ci dispiacque, ma relativamente. Già da un po’ meditavamo di abbandonare la città per una più salutare vita agreste.
Il caso volle che l’impresa edile Mattel lanciasse sul mercato delle splendide ville di campagna, bianche e super lussuose, ma mia madre non ottenne il mutuo e noi rimanemmo sul tappeto che fu ribattezzato l’ “openspace di Barbie”.

Casa di Barbie del 1975. La mia, degli anni ‘80, era un po’ diversa nei colori
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Mobili della cucina in dotazione con la casa
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Salotto anni’70 con cui integrai l’arredo in dotazione
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Casa di Campagna che non avemmo mai
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La mia picozza ed io sulle Dolomiti, da lontano un Gazebo risuona I Like Chopin

Nel 1983, la mia famiglia si lancia nell’avventura della settimana bianca.

Avevo 6 anni e se non consideriamo il fatto che anche una semplice salita in ascensore mi procurava disagi gastrointestinali, tutto per me era più o meno un gioco: dalla partenza all’indomani dell’ultimo dell’anno, alle circa 15-16 ore di pullman fino alle Dolomiti.

Da buona bimba del sud, non avevo mai visto la neve, figuriamoci l’eccitazione di fronte alla prospettiva di costruire un bel pupazzo con la carota al posto del naso: io che non riuscivo nell’impresa del castello di sabbia, potevo rifarmi col fantoccio di neve.

L’intera famiglia (del sud) composta da 6 persone doveva provvedere all’equipaggiamento. L’inesperienza e l’esuberanza tipica del meridione ci regalarono risultati alla “Toto e Peppino a Milano”.

Così, una volta attrezzati, eravamo finalmente pronti per l’appuntamento alle 6 del mattino nella piazza antistante il mio palazzo.
Con noi, amici storici dei miei e qualche nuovo aggregato.
Si parte alla volta di San Martino di Castrozza.
L’assegnazione dei posti sul pullman seguiva la regola del più scaltro a salire o di chi si faceva scudo della scarsa capacità dello stomaco del proprio figlio di rapportarsi ai movimenti in curva: questo era il caso di mia madre e me.
A memoria d’uomo, in 15 settimane bianche, i due posti dietro l’autista, sono sempre stati i nostri, credo che oramai ci fossero le targhette di ottone con i nomi incisi sopra.

Il viaggio, lungo com’era, per noi bambini già rappresentava una vacanza: il pullman (super lusso) era dotato di bagno e televisore, per cui, nonostante la riluttanza dei fratelli maggiori, aveva inizio la proiezione di un classico dei bambini degli anni ‘80 “Altrimenti ci arrabbiamo”.

Dopo scazzottate, coretti e numerose soste in autogrill, incominciava l’incanto delle montagne rosa, poco dopo eravamo all’albergo.

Tutte insieme, tante novità: la neve, le lezioni di sci (una settimana a fare solo “scaletta”, allora si usava così), i pattini con la lama, l’accento diverso delle persone del posto, il brodo che non si chiamava più brodo, ma minestrina, il vino caldo e il salame a colazione.

Dopo 7 giorni, la partenza.
Di quella esperienza mi rimaneva un Topolino su un piedistallo che, se opportunamente stimolato sotto i piedi, produceva un movimento alla Adriano Celentano, la spilletta con una stellina e la pagellina che il maestro di sci dava a fine corso, una penna a forma di picozza e le canzoni che i fratelli maggiori ballavano di notte in discoteca con tutto il mistero e il fascino del caso.

Per anni, sentendo Gazebo cantare I like Chopin, non potevo non pensare alla mia prima volta sulla neve e… alla mia prima picozza, che nella vita può sempre tornare utile.

Gazebo, vero nome Paul Mazzolini, “I Like Chopin“, 1983

“Altrimenti ci arrabbiamo”, Bud Spencer e Terence hill, 1974




O’ napulitano nun po’ viaggià, po’ solo emigrà

Un pregiudizio molto diffuso è quello che riguarda la scarsa qualità del cinema e della musica degli anni80.

Non sono assolutamente d’accordo e credo si tratti semplicemente di un luogo comune diffuso da chi non ha saputo vedere dentro un decennio che ha fatto strada alla sperimentazione.

Le trasformazioni sono spesso dolorose e fastidiose. Per viverle completamente occorre lasciarsi trasportare dal flusso e accettare di lasciarsi alle spalle il passato, che non viene rifiutato o abbandonato, ma trasformato sulla scia delle nuove consapevolezze.
Questa, per me, è l’unica maniera di guardare avanti.

Nel 1981 al cinema danno un film, “Ricomincio da tre”. Il regista e attore protagonista è un comico napoletano che il grande pubblico aveva conosciuto qualche anno prima in una trasmissione della rai dal titolo “no stop”: si tratta di Massimo Troisi, che con il gruppo cabarettistico “La smorfia” propone sketches di una comicità esilarante che raccontano la tragicità e le difficoltà della Napoli contemporanea.
Il registro è certamente ironico, a volte amaro, ma che comunque esprime la grande dignità di un popolo che vive da sempre una situazione di una regione che dipendendo dallo Stato italiano, deve rispondere alle leggi di uno stato interno.
La smorfia, non è solo comicità, ma espressione della Napoli che acquista consapevolezza e vuole mettere in discussione la propria condizione: i giovani reagiscono.

In “Ricomincio da tre”, Troisi e Lello Arena, raccontano la difficoltà di un giovane meridionale che decide di uscire dai confini geografici di appartenenza, e che viene a contatto con i pregiudizi del resto dell’Italia nei confronti del “terrone”: un napoletano che viaggia, per conoscere il mondo e fare esperienze nuove, non può esistere.
Un napoletano con la valigia può essere solo una cosa: un emigrante.

Dal film “ricomincio da tre”. Almeno una volta nella vita ogni meridionale al nord ha dovuto sostenere una conversazione del genere.
“Napoletano?…Emigrante??”
“No..io a Napoli un lavoro lo tenevo..”
“Napoletano?…Emigrante??”
“Ma come è possibile..o’ napulitano nun po’ viaggià po’ solo emigrà?!?”

Una delle scene più divertenti del film “Ricomincio da tre”, 1981.
Massimo Troisi e Marco Messeri




Un sabato qualunque, un sabato italiano

Un sabato pomeriggio invernale del 1984 l’Italia giocava contro non so chi.
Bambina e di 8 anni, ero davvero poco interessata all’evento televisivo.

Da tempo seguivo appassionata un programma di rai due condotto da un giovanissimo Fabrizio Frizzi, dal titolo Tandem.
Il programma, dedicato ad un pubblico giovanile, ospitava due ragazzi per puntata che sostenendo varie prove si contendevano la vincita.
A un certo punto un telespettatore da casa telefonando aveva la possibilità di aiutare il concorrente a percorrere un labirinto virtuale che ovviamente non era visibile ai partecipanti in studio (per allora una grafica avveniristica), avendo cura di non fare calpestare le linee e quindi compiere il percorso con il minor numero di penalità; se l’impresa riusciva entrambi i concorrenti avevano diritto a un premio.

Quel sabato la sorte mi premiò: decisi di provare a prendere la linea e dopo numerosi fallimenti e scherzi da parte dei miei fratelli più grandi, che alzando l’altro ricevitore, simulavano la voce delle centraliniste rai, finalmente toccò a me.

Emozionatissima lasciai i miei dati, ma senza alcuna speranza, sapendo di essere troppo piccina. Una trentina di minuti dopo, il telefono squilla: il mio nome era stato sorteggiato o, diciamocela tutta, quel giorno erano tutti a vedere la partita e per quelli di tandem tirava una brutta aria, per cui meglio la bimbetta di 8 anni che il vuoto assoluto.

La supergentile centralinista mi dice: “fra un minuto ti mando in onda con Fabrizio”.
“mi mandi in onda?”, “con Fabrizio?”, il cuore a mille e strafelice: “sei in onda!”, dal televisore si sentì il mio nome e capii che non era uno scherzo.

Così, un po’ di convenevoli dopo, ci avviammo verso il gioco, ma quando il concorrente comprese che la sua sorte era nelle mani di una bambina di 8 anni ebbe un cenno di cedimento: non poteva sapere che ogni santo sabato mi allenavo come una furia davanti al teleschermo: ero diventata più brava di Arianna e condussi il mio Teseo fuori dall’labirinto oscuro in un battibaleno.

Evvai, ricchi premi e cottilon: maglietta e spilletta con il logo del programma e un prestigiosissimo set di valige che dal 1984 ad oggi non hanno mai smesso di girare il mondo accompagnando i viaggi di ciascun membro della mia famiglia.

Un’ora dopo, mio fratello ed io andammo a passeggiare: che amarezza, nessuno mi riconosceva! Ero stata in televisione, ma dalla parte sbagliata!

Fabrizio Frizzi
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Il profumo del nonno per le scale e l’aroma delle mie scarpe nello showroom

La giornata lavorativa è finita.
Torno a casa e mentre apro il portoncino del mio palazzo di emigrante improvvisamente qualcosa schiaccia il tasto rewind nel mio cervello: da poco qualcuno è sceso per le scale lasciandosi dietro la scia di un dopobarba e catapultando me in un mare di sensazioni confuse ma piacevoli.

Scrivendo queste pagine ogni giorno scavo nella memoria cercando immagini, parole, canzoni o persone, ma quanto sono importanti gli odori per rivivere ciò che non è più?

Ne basta uno, dimenticato su una scala, per avviare la macchina del tempo e ricordarmi che forse quel profumo lo usava nonno Vincenzo o papà (anche lui Vincenzo, il terrone osserva e conserva le tradizioni più di un antropologo) e richiamare alla mente una parte della mia vita molto piacevole: l’infanzia, quando andavo dai nonni e mi annoiavo, perché i grandi parlavano di cose per niente fascinose, salvo poi, seduta a cavalcioni su una gamba anziana, immaginare di trotterellare su un pony, mentre il mio naso aspirava distrattamente qualcosa che la mente avrebbe conservato e che un giorno mi avrebbe regalato la fotografia precisa di quell’istante.

L’”attacco di memoria” è così, ti coglie all’improvviso e finchè si tratta del profumo del nonno ti fa anche piacere, ma quando si tratta di quella volta in cui tua madre ti ordinò di non giocare a pallavolo con Donatella, perché dopo poco avevi la prova dell’abito della prima comunione e le tue scarpe da ginnastica non regolavano la traspirazione dei tuo arti inferiori e tu, non curante dell’altrui consiglio, sfoderasti l’intero repertorio di Mila Atzuki e srotolando a tua madre la più crudele delle bugie osasti toglierti le scarpe nel prestigioso show room, provocando una temporanea chiusura al pubblico dell’esercizio, gettando everybody nella vergogna più vergognosa, forse vorresti soffrire di amnesie mentali e olfattive e ricordare cose di te e della tua infanzia, è il caso di dire, tutte rose e fiori. (questo è in assoluto il periodo con più coordinate che essere scrivente abbia mai scritto, che voi sappiate posso mandarlo a qualche tipo di concorso e aspirare al podio?!!)

A proposito di memoria olfattiva: le gommine profumate.
Negli anni 80 era un must collezionarle e scambiarle con le amiche. Provate adesso ad aprire la scatole dove le avete conservate, sono sicura che farete un tuffo nel passato.
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Gommine a forma di cioccolatini, avevano un profumo meraviglioso.
Io avevo la seconda da sinistra, in preda all’eccitazione olfattiva, provai a darle un morso
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