Partendo da Miles Davis, in fondo a destra per i puffi, dritto fino ai Matt Bianco

Sono la più piccola della mia famiglia e fra i miei fratelli e me c’è una grande differenza d’età.
Questa faccenda ha sempre avuto dei grossi risvolti positivi, alcuni li ho colti allora, altri più in là con gli anni.

Essere la più piccola voleva dire coccole, comprensione e strada spianata. A volte però voleva anche dire subire i gusti musicali dei fratelli senza potersi ribellare e sentire per ore quello che per me era rumore.

Mio fratello, musicista jazz, amava ascoltare i 33 giri di Miles Davis a tutto volume nel soggiorno di casa. Ricordo ancora oggi la sensazione che quegli strombazzi disordinati provocavano alle mie orecchie.
Nulla, non potevo fare nulla, potevo solo chiudermi in camera e cercare di ingaggiare una competizione accendendo il mio Penny dove, senza soluzione di continuità, girava il 45 giri dei puffi.
Ma qualcosa nella mia strategia non andava, perché non sono mai riuscita a convincere mio fratello della validità musicale di quei pezzi.

Poi, nell’età della ragione quel rumore incominciava a diventare musica, complici anche gruppi di acid jazz che mi portavano, attraverso una strada più soft, a capire ed amare anche il jazz più “rumoroso”.

Il caso voleva che un altro mio fratello ascoltasse i Matt Bianco: me-ra-vi-glio-si!
Rimasi folgorata.
Avevo scoperto la mia musica, quella che le mie orecchie reclamavano, ma che la mia voce ancora troppo giovane e acerba, non sapeva chiamare.
L’avevo trovata e non dovevo farmela scappare: un mix di soft jazz, bossa nova, e coretti tipo “shura durura, shura durura, shura durura, durura duru-ru-ah”.
Invece, me la feci scappare: ero troppo piccola, non riuscii a stare dietro al gruppo, che dopo un po’ si prese una pausa discografica, o almeno così credevo allora.

Qualche anno fa, in un grande negozio di dischi, mi saltò agli occhi una raccolta dei loro pezzi migliori…credo sia il cd che ho ascoltato di più.

Matt Bianco Vodcast


Walk like an egyptian

1985, il gruppo tutto al femminile delle Bangles esce sul mercato con questo pezzo fantastico.
La musica è trascinante, il video divertente. Walk like an egyptian, diventa in poco tempo una hit e un ballo in cui tutti almeno una volta ci siamo cimentati, mettendo alla prova la coordinazione fra braccia, testa e gambe: i risultati erano a dir poco esilaranti.

Senza perderci in inutili chiacchiere guardiamoci il video e se vi va raccontatemi i vostri ricordi legati a questa canzone.
Buon ascolto.

Bangles, “Walk like an egyptian”


Postalmarket, l’ Ikea degli anni ‘80

Negli anni 80 c’erano due modi di interpretare lo shopping casalingo con relative due alternate correnti di pensiero: Vestro e Postalmarket.
A casa mia eravamo seguaci di Postalmarket.

Si attendeva l’arrivo del catalogo con grande trepidazione, arrivato quel giorno era tutto uno sfogliare e scegliere.

Le prime pagine avevano come protagonista l’attrice o la modella famosa che interpretavano la moda del momento, per poi proseguire con ragazze “normali” che indossavano capi che cadevano come sacchi su un uomo morto.
Il meccanismo perverso per cui, pur certe della pessima vestibilità del capo, continuavamo ad ordinare roba, ancora non mi è chiaro.

Ricordo una anno in cui ebbi la geniale idea di ordinare un vestito moda-campagnola con elastico in vita: di profilo sembravo nonna papera; il mio fondoschiena, che allora aveva comunque una sua importanza catastale, con quel vestito faceva invidia ad una portaerei.
Ringraziando il cielo, o forse solo il buon senso, non l’ho mai indossato.

Ma Postalmarket non era solo abiti:c’erano anche oggetti per la casa e accessori per il tempo libero.
Le case degli anni 80 avevano tutte qualcosa in comune. In ciascuna si trovava qualche inutilità comprata con Postalmarket, così come oggi accade con Ikea.

Gli acquisti si facevano per posta e più si ordinava più si aveva diritto a sconti e regali, per cui la prassi familiare era quella di cumulare gli ordini tra parenti per avere l’oggetto desiderato: ricordo un giro intricatissimo di telefonate fra mia madre e i miei zii per concordare la spartizione degli ordini, quella stagione con 5 acquisti e una cifra spropositata in denaro, si riceveva a casa il trapano elettrico. Una volta ricevuto dovemmo istituire dei turni per il suo utilizzo.
Nessuno riuscì ad usarlo nel momento del bisogno, ma che importava, era gratis!

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Modelle anni 80

Negli anni ’80 un fenomeno di costume di proporzioni gigantesche fu la nascita di una nuova specie umana: le modelle.
Se negli anni ‘60 e ‘70 queste spilungone ossutissime erano semplicemente dei manichini semoventi, nel decennio dello stravizio e del rampantismo acquistano un ruolo fondamentale nella società…rovinando la vita a noi comuni mortali di genere femminile.
Le modelle dei primi anni 80 avevano abiti fluttuanti o costumi a vita bassissma, meches, e naturalmente taglio scalato, con effetto ventilatore.

Nella seconda metà del decennio invece, avevano trucco stile maschera di carnevale con guance coloratissime e bocche da sbirulino, spalle da rugbisti e vestiti dai colori improbabili: un must del periodo era uno shokkante accostamento del viola al nero, fiocconi enormi e bottoni sparsi un po’ dovunque. I costumi diventano ascellari, sgambati al punto tale da essere appoggiati alle anche, costringendo noi tutte, che ovviamente non potevamo essere da meno, a depilazioni di rara ferocia.

Le ragazze in questione erano per lo più delle valchirie arrivate in Italia dai paesi del nord Europa.
Risultato: bionde spilungone del nord europa 1, basse, tracagnotte e baffute italiane 0.

C’era Brigitte Nielsen, moglie di Silvestre Stallone; c’erano le varie Linda Evangelista e Jasimne insieme a una dodicenne panterona nera (stranezza nell’universo delle scandinave), tale Naomi Campbell.
Ma quella che più di tutte attirava la mia invidia era Reneè Simonsen, che oltre ad essere spaventosamente bella era anche la moglie di John Taylor dei Duran Duran.
Ma come si può assistere a una fortuna di queste proporzioni, avendo solo 9 anni e non essendo per giunta neanche questa grande promessa di bellezza?

Reneè Simonsen e il suo costume ascellare
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John Taylor, “I do what I do”, colonna sonora di “9 settimane e mezzo”



La domenica mattina, fra giostre, pastarelle e Maurizio Seymandi

La domenica mattina degli anni 80 era un’altra cosa:
sveglia tardi, lettone di mamma e papà, bagnetto,vestito e poi dritti a lungomare per infiniti giri sulle giostre.

Macchinette tozza tozza, bruco mela, 8 volante e vincita del pesciolino, che aveva una durata di due o tre giorni al massimo.

Dopo un paio d’ore, tutti in macchina e via dal pasticciere a prendere i dolci.

Una volta a casa, però, iniziava il vero sollazzo: canale 5, Maurizio Seymandi, superclassificashow: ma ve la ricordate?
Prima di Mtv e Deejey Television e dopo discoring.

IL telegattone dava la classifica dei dischi più venduti e Seymandi in studio devastava gli ospiti di turno, con un improbabile umorismo.
Lui, che oggi considereremmo un vee-jey, con quel tocco di esotismo nel cognome, il riportino biondo dorato e le giacchette a quadretti, riempiva le domeniche nei momenti che preludevano al ragù di mamma, arricchendo il mio bagaglio musicale.
La televisione non è più quella di una volta e neanche la domenica mattina.

Sigla di Superclassificashow