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The following is a list of all entries from the costume anni 80 category. Noteworthy entries are filed topmost.

Postalmarket, l’ Ikea degli anni ‘80

Negli anni 80 c’erano due modi di interpretare lo shopping casalingo con relative due alternate correnti di pensiero: Vestro e Postalmarket.
A casa mia eravamo seguaci di Postalmarket.

Si attendeva l’arrivo del catalogo con grande trepidazione, arrivato quel giorno era tutto uno sfogliare e scegliere.

Le prime pagine avevano come protagonista l’attrice o la modella famosa che interpretavano la moda del momento, per poi proseguire con ragazze “normali” che indossavano capi che cadevano come sacchi su un uomo morto.
Il meccanismo perverso per cui, pur certe della pessima vestibilità del capo, continuavamo ad ordinare roba, ancora non mi è chiaro.

Ricordo una anno in cui ebbi la geniale idea di ordinare un vestito moda-campagnola con elastico in vita: di profilo sembravo nonna papera; il mio fondoschiena, che allora aveva comunque una sua importanza catastale, con quel vestito faceva invidia ad una portaerei.
Ringraziando il cielo, o forse solo il buon senso, non l’ho mai indossato.

Ma Postalmarket non era solo abiti:c’erano anche oggetti per la casa e accessori per il tempo libero.
Le case degli anni 80 avevano tutte qualcosa in comune. In ciascuna si trovava qualche inutilità comprata con Postalmarket, così come oggi accade con Ikea.

Gli acquisti si facevano per posta e più si ordinava più si aveva diritto a sconti e regali, per cui la prassi familiare era quella di cumulare gli ordini tra parenti per avere l’oggetto desiderato: ricordo un giro intricatissimo di telefonate fra mia madre e i miei zii per concordare la spartizione degli ordini, quella stagione con 5 acquisti e una cifra spropositata in denaro, si riceveva a casa il trapano elettrico. Una volta ricevuto dovemmo istituire dei turni per il suo utilizzo.
Nessuno riuscì ad usarlo nel momento del bisogno, ma che importava, era gratis!

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Modelle anni 80

Negli anni ’80 un fenomeno di costume di proporzioni gigantesche fu la nascita di una nuova specie umana: le modelle.
Se negli anni ‘60 e ‘70 queste spilungone ossutissime erano semplicemente dei manichini semoventi, nel decennio dello stravizio e del rampantismo acquistano un ruolo fondamentale nella società…rovinando la vita a noi comuni mortali di genere femminile.
Le modelle dei primi anni 80 avevano abiti fluttuanti o costumi a vita bassissma, meches, e naturalmente taglio scalato, con effetto ventilatore.

Nella seconda metà del decennio invece, avevano trucco stile maschera di carnevale con guance coloratissime e bocche da sbirulino, spalle da rugbisti e vestiti dai colori improbabili: un must del periodo era uno shokkante accostamento del viola al nero, fiocconi enormi e bottoni sparsi un po’ dovunque. I costumi diventano ascellari, sgambati al punto tale da essere appoggiati alle anche, costringendo noi tutte, che ovviamente non potevamo essere da meno, a depilazioni di rara ferocia.

Le ragazze in questione erano per lo più delle valchirie arrivate in Italia dai paesi del nord Europa.
Risultato: bionde spilungone del nord europa 1, basse, tracagnotte e baffute italiane 0.

C’era Brigitte Nielsen, moglie di Silvestre Stallone; c’erano le varie Linda Evangelista e Jasimne insieme a una dodicenne panterona nera (stranezza nell’universo delle scandinave), tale Naomi Campbell.
Ma quella che più di tutte attirava la mia invidia era Reneè Simonsen, che oltre ad essere spaventosamente bella era anche la moglie di John Taylor dei Duran Duran.
Ma come si può assistere a una fortuna di queste proporzioni, avendo solo 9 anni e non essendo per giunta neanche questa grande promessa di bellezza?

Reneè Simonsen e il suo costume ascellare
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John Taylor, “I do what I do”, colonna sonora di “9 settimane e mezzo”



Tv Sorrisi e Canzoni e la pubblicità di Same Govi

Oltre ai vari quotidiani a casa mia non poteva mai mancare il “TV sorrisi e canzoni”, altrimenti detto: sorrisecanzoni, sorrisi e panzoni, tv sorrisi e panzoni, il sorrisi.

La mia era una famiglia numerosa e ricordo un andirivieni di persone che girando per la casa chiedevano: “dov’ è il sorrisi e canzoni”? c’era sempre qualcuno che arrivava prima degli altri e che inspiegabilmente fagocitava il giornale fino al ritrovamento fortuito 5 o 6 giorni dopo.

Il settimanale era un punto di riferimento di musica, televisione e programmi ed era molto diverso da oggi…allora c’era bene o male qualcosa da leggere.

La cosa che più di tutte attirava la mia attenzione era la quarta di copertina degli anni’80, con la pubblicità dei prodotti Same Govi.

Potevo rimanere per ore seduta sul divano a gambe incrociate a fantasticare sul mistero delle scimmiette marine, sulle fragole che crescevano “sul tuo balcone”, sul aggeggio che ti permetteva di sentire le conversazioni degli altri e spaventata di fronte agli occhiali che facevano vedere le donne nude: temevo che qualcuno per strada con gli occhiali da sole potesse vedere al di là dei miei vestiti.

Pubblicità dei prodotti Same Govi (www.animamia.net)
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Le scimmiette marine (www.animamia.net)
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Gelati d’annata alla Ragnatela

Fra noi nostalgici degli anni ’80 c’è tutta una letteratura sui gelati dell’epoca.

Per me, in particolare, ricordi e sensazioni, che riguardano i gelati della mia infanzia, mi rimandano al piccolo paese di mare dove, da tempo, vado in vacanza.

I bar del posto allora erano 3: c’era quello nella piazzetta, che frequentavo poco perché aveva i gelati Sammontana, che, diciamocela tutta, non sono proprio un granchè; quello in fondo alla salita dal nome inglese per me impronunciabile avendo pochi anni di esperienza linguistica alle spalle, che aveva i gelati Motta; infine quello sulla strada che portava in paese che nel tempo ha avuto diversi nomi: il primissimo, quello di quando io ero poco più che una poppante, era “la ragnatela”.
Lì vendevano i gelati Algida-Eldorado, gettonatissimi da noi tutti, credo anche grazie alla pubblicità super trendy e onnipresente del “Cuore di panna”.

Ecco la mia classifica di gradimento:
N.1 cornetto;
N. 2 calippo a cocacola sapendo che quando te lo prendevi dovevi accettare senza polemiche i sorrisini dei maschietti;
N. 3 il Blob (che allora si chiamava Zaccaria, come il guardiano del parco dove avevo la casa);
C’era poi una categoria di “gelati per grandi”: quello al whisky, quello al caffè e tutta una serie di “coppa rica” che oltre ad essere costose, avevano qualche ingrediente che a mio giudizio era lecito solo agli adulti.

Come dimenticare poi il gelato dei puffi e lo “shark” che stimolavano poderose gare a chi aveva la lingua più blu o il “verde menta” (che dava luogo a calembour poco signorili) che invece la lingua te la faceva verde.

Il cono con la gomma nella punta “gommolo”, il ghiacciolo con la stecca di liquirizia “liuk”, il “piedone” e il similpatriottico “arcobaleno”.

Infine una commemorazione a parte la merita a mio giudizio “LA BOMBONIERA”, il gelato che mia madre mi comprava solo quando andavamo al cinema.

Era il più desiderato, prezioso e buono. Ricordo che persino il vassoietto interno aveva un odore gustosissimo che se lo sentissi ora mi verrebbero in mente immediatamente le poltroncine rosse e sgangherate del cinema “metropol” della mia città, defunto oramai da più di ventanni e l’omino dei gelati, anche lui vestito di rosso con a tracolla la cassetta delle leccornie.

Lista Eldorado
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Spot “Cuore di panna” 1982 (www.spot80.it)


Figurine e francobolli drogati

Per tutta la mia infanzia ho vissuto con l’incubo delle figurine e dei francobolli drogati.

Come ogni bambino, uno dei miei passatempi preferiti era quello di collezionarle per completare i vari album Panini: c’era la raccolta del libro cuore, quella di Kiss me Licia e di altre serie televisive. Non c’era mamma in Italia che non insinuasse nel proprio figlio la paura delle figurine o dei francobolli in qualche modo contenenti droga.
Lo stato di allerta era ai massimi, secondo le madri, all’uscita delle scuole.
Il pericolo aveva le sembianze di loschi figuri che, appostati fuori l’edificio scolastico, distribuivano gratuitamente album e figurine di nuove collezioni.
Per cui l’imperativo categorico era “quando esci da scuola non prendere niente da gente che non conosci”

Le nostre mamme, ignare di quanto il marketing aziendale stesse per invadere le vite di ognuno, erano convinte che quelli che agli occhi di noi bambini apparivano come benefattori, fossero in realtà occulti spacciatori di sostanze strane che nascondevano sul retro dei francobolli (di modo tale che leccandoli si sarebbe avuto un primo approccio con esperienze estatiche) e nelle figurine.

Ingenue signore, quegli spacciatori non venivano ad iniziarci alla droga come cocaina o eroina, ma all’uso indiscriminato e compulsivo dei vostri soldi.
Erano assoldati infatti dalle aziende che vendevano album e robe del genere perché ci facessero venire l’acquolina regalandoci anteprime di nuove collezioni alle quali non avremmo saputo e potuto resistere.