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The following is a list of all entries from the vacanze anni 80 category. Noteworthy entries are filed topmost.

E vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni

L’aereo è atterrato, anche stavolta mi sono salvata.

Dopo la testimonianza al matrimonio della mia amichetta le vacanze avrebbero dovuto avere inizio, ma si sa, la sfiga è sempre in agguato.

Convinco il mio quasi marito a rimandare la partenza di un paio di giorni promettendogli bagni in posti da sogno, quando il mio essere donna oggi si sprigiona in tutta la sua essenza.

Mesta mesta io e finalmente contento lui, partiamo alla volta del profondo sud, ho la gola devastata, faccio fatica anche a parlare.

Non mi ammalo mai, sono praticamente una roccia, ma mi piace stupire: il 7 agosto ho la febbre alta. Vado avanti così per 7 giorni.

Il 16 agosto, dopo aver rovinato parte della vacanza praticamente a tutti decido che è ora di rifare le valigie e sperare in un futuro migliore. Ciò che mi lascio alle spalle è un profondo senso di gratitudine da parte di cognati/e, suocera e quasi marito. Continua a leggere questo post »


Volare, ohoh

…mi piace puntare sulla personalità, sebbene…

Sto per partire: fra 5 ore salirò su un aereo per tornare a casa e come ogni volta prego di non morire, ma stavolta la vedo dura.

Colgo l’occasione per lasciare alcune direttive ad amici e parenti: Continua a leggere questo post »


Babbo Natale, per te la porta è sempre aperta

Domani faccio ritorno alla “casa madre”, del resto si sa: “Natale con i tuoi”.

Mi aspetta una paziente attesa di Babbo Natale, che sono fiduciosa, quest’anno arriverà…qualcuno mi ha detto che ci tiene da morire ad avere un post dedicato a lui su questo bloggetto, speriamo solo si ricordi che l’ultima volta che ci siamo visti avevo più o meno 8 anni e che la maglieria magica di Barbie non sortirebbe su di me
l’ effetto di allora, ma il dolce forno sì, capito Babbo?

maglieria magica.JPG
Dolcefornott.jpg
Nel frattempo vi lascio con lo spot natalizio, ricordo dei miei Natali più belli.

Buone feste e buon anno a tutti quelli che capiteranno su questa pagina e mi raccomando se sentite delle campanelle, seguite da passi pesanti, non dimenticate di spegnere la luce e di ficcarvi sotto le coperte, qualcuno ha un regalo per voi:)
Auguri Coca Cola


I Tunes: la mia macchina del tempo

La domenica di rassetto è saltata. E’ lunedì pomeriggio e una temibile pila di camicie da stirare incombe su di me. Per creare un po’ di atmosfera accendo I tunes e scelgo l’opzione “brani random”. In questo modo anche stirare può diventare un’ esperienza unica.

Camicia n.3. Non si stira neanche con una pressa di 195 chili, la pazienza non mi viene in contro, ma I tunes mi dà una mano: Pino Daniele, “Bella ‘mbriana”.

All’improvviso mi trovo nella macchina di mio padre: fa caldo, c’è il sole del pomeriggio e sono piccola (ma solo di età). Deve essere l’estate del 1983.
Stiamo raggiungendo la casa al mare e mio fratello ha messo una cassetta di Pino Daniele: “Buona sera bella ‘mbriana mi rest’appesa ‘a nu filo d’oro”, non capisco bene le parole perché avrò più o meno 7 anni e non ho dimestichezza con il dialetto napoletano. Non importa, faccio come per le canzoni in inglese e imparo il suono.

Per sempre quelle note mi ricorderanno le vacanze estive e il percorso per raggiungerle.

La musica parte e vedo quella che prima era una casa, poi un ritrovo fra pizze e cornetti, poi di nuovo una casa. Uno dei proprietari assomiglia un po’ a Marco Carena, un po’ a De Gregori; il fratello soprannominato “paperino” è un ragazzone con una voce da piccola principessa, accento calabrese a parte.

Con la stessa disinvoltura con cui, ferro alla mano, passo dal colletto al polsino, Bella ‘mbriana lascia il testimone a “Je so’ pazzo”. Anche qui imparo il suono approssimativo della parole praticando il neologismo più audace, ma non importa sono piccola e tutto mi è concesso.

Sono ancora in macchina, ma sono arrivata a destinazione da qualche giorno. Siamo sulla litoranea che collega il paese figlio al paese padre. Solo 4 chilometri li separano, nel mezzo, lo spettacolo più bello che si possa vedere: un’isola sorridente che dalla spiaggia pare lontanissima, ma dalla macchina la si può toccare con una mano. La musica è forte e senza distrarmi dal paesaggio in movimento, con un gesto meccanico giro la manopola che regola il volume della radio: bisogna togliere l’audio, c’è la strofa con la parolaccia, io sono piccola e mi vergogno di sentirla davanti a mamma e papà.



La mia picozza ed io sulle Dolomiti, da lontano un Gazebo risuona I Like Chopin

Nel 1983, la mia famiglia si lancia nell’avventura della settimana bianca.

Avevo 6 anni e se non consideriamo il fatto che anche una semplice salita in ascensore mi procurava disagi gastrointestinali, tutto per me era più o meno un gioco: dalla partenza all’indomani dell’ultimo dell’anno, alle circa 15-16 ore di pullman fino alle Dolomiti.

Da buona bimba del sud, non avevo mai visto la neve, figuriamoci l’eccitazione di fronte alla prospettiva di costruire un bel pupazzo con la carota al posto del naso: io che non riuscivo nell’impresa del castello di sabbia, potevo rifarmi col fantoccio di neve.

L’intera famiglia (del sud) composta da 6 persone doveva provvedere all’equipaggiamento. L’inesperienza e l’esuberanza tipica del meridione ci regalarono risultati alla “Toto e Peppino a Milano”.

Così, una volta attrezzati, eravamo finalmente pronti per l’appuntamento alle 6 del mattino nella piazza antistante il mio palazzo.
Con noi, amici storici dei miei e qualche nuovo aggregato.
Si parte alla volta di San Martino di Castrozza.
L’assegnazione dei posti sul pullman seguiva la regola del più scaltro a salire o di chi si faceva scudo della scarsa capacità dello stomaco del proprio figlio di rapportarsi ai movimenti in curva: questo era il caso di mia madre e me.
A memoria d’uomo, in 15 settimane bianche, i due posti dietro l’autista, sono sempre stati i nostri, credo che oramai ci fossero le targhette di ottone con i nomi incisi sopra.

Il viaggio, lungo com’era, per noi bambini già rappresentava una vacanza: il pullman (super lusso) era dotato di bagno e televisore, per cui, nonostante la riluttanza dei fratelli maggiori, aveva inizio la proiezione di un classico dei bambini degli anni ‘80 “Altrimenti ci arrabbiamo”.

Dopo scazzottate, coretti e numerose soste in autogrill, incominciava l’incanto delle montagne rosa, poco dopo eravamo all’albergo.

Tutte insieme, tante novità: la neve, le lezioni di sci (una settimana a fare solo “scaletta”, allora si usava così), i pattini con la lama, l’accento diverso delle persone del posto, il brodo che non si chiamava più brodo, ma minestrina, il vino caldo e il salame a colazione.

Dopo 7 giorni, la partenza.
Di quella esperienza mi rimaneva un Topolino su un piedistallo che, se opportunamente stimolato sotto i piedi, produceva un movimento alla Adriano Celentano, la spilletta con una stellina e la pagellina che il maestro di sci dava a fine corso, una penna a forma di picozza e le canzoni che i fratelli maggiori ballavano di notte in discoteca con tutto il mistero e il fascino del caso.

Per anni, sentendo Gazebo cantare I like Chopin, non potevo non pensare alla mia prima volta sulla neve e… alla mia prima picozza, che nella vita può sempre tornare utile.

Gazebo, vero nome Paul Mazzolini, “I Like Chopin“, 1983

“Altrimenti ci arrabbiamo”, Bud Spencer e Terence hill, 1974