La mia picozza ed io sulle Dolomiti, da lontano un Gazebo risuona I Like Chopin

Nel 1983, la mia famiglia si lancia nell’avventura della settimana bianca.

Avevo 6 anni e se non consideriamo il fatto che anche una semplice salita in ascensore mi procurava disagi gastrointestinali, tutto per me era più o meno un gioco: dalla partenza all’indomani dell’ultimo dell’anno, alle circa 15-16 ore di pullman fino alle Dolomiti.

Da buona bimba del sud, non avevo mai visto la neve, figuriamoci l’eccitazione di fronte alla prospettiva di costruire un bel pupazzo con la carota al posto del naso: io che non riuscivo nell’impresa del castello di sabbia, potevo rifarmi col fantoccio di neve.

L’intera famiglia (del sud) composta da 6 persone doveva provvedere all’equipaggiamento. L’inesperienza e l’esuberanza tipica del meridione ci regalarono risultati alla “Toto e Peppino a Milano”.

Così, una volta attrezzati, eravamo finalmente pronti per l’appuntamento alle 6 del mattino nella piazza antistante il mio palazzo.
Con noi, amici storici dei miei e qualche nuovo aggregato.
Si parte alla volta di San Martino di Castrozza.
L’assegnazione dei posti sul pullman seguiva la regola del più scaltro a salire o di chi si faceva scudo della scarsa capacità dello stomaco del proprio figlio di rapportarsi ai movimenti in curva: questo era il caso di mia madre e me.
A memoria d’uomo, in 15 settimane bianche, i due posti dietro l’autista, sono sempre stati i nostri, credo che oramai ci fossero le targhette di ottone con i nomi incisi sopra.

Il viaggio, lungo com’era, per noi bambini già rappresentava una vacanza: il pullman (super lusso) era dotato di bagno e televisore, per cui, nonostante la riluttanza dei fratelli maggiori, aveva inizio la proiezione di un classico dei bambini degli anni ‘80 “Altrimenti ci arrabbiamo”.

Dopo scazzottate, coretti e numerose soste in autogrill, incominciava l’incanto delle montagne rosa, poco dopo eravamo all’albergo.

Tutte insieme, tante novità: la neve, le lezioni di sci (una settimana a fare solo “scaletta”, allora si usava così), i pattini con la lama, l’accento diverso delle persone del posto, il brodo che non si chiamava più brodo, ma minestrina, il vino caldo e il salame a colazione.

Dopo 7 giorni, la partenza.
Di quella esperienza mi rimaneva un Topolino su un piedistallo che, se opportunamente stimolato sotto i piedi, produceva un movimento alla Adriano Celentano, la spilletta con una stellina e la pagellina che il maestro di sci dava a fine corso, una penna a forma di picozza e le canzoni che i fratelli maggiori ballavano di notte in discoteca con tutto il mistero e il fascino del caso.

Per anni, sentendo Gazebo cantare I like Chopin, non potevo non pensare alla mia prima volta sulla neve e… alla mia prima picozza, che nella vita può sempre tornare utile.

Gazebo, vero nome Paul Mazzolini, “I Like Chopin“, 1983

“Altrimenti ci arrabbiamo”, Bud Spencer e Terence hill, 1974



Commenti

  1. 1 Sara

    bah, le mie vacanze anni ‘80..che dire! finchè i miei non andavano in ferie, restavo un pò a casa della zia con mia cugina a guardarci i film di Gianni Morandi e Rita Pavone, a giocare sulla riva del torrente, all’aperto dalla mattina alla sera con tanta fantasia…e corsi di nuoto in piscina, poi obbligatorie le settimane dalla zia a Genova al mare, perchè l’aria di mare fa bene, forse quella della città meno, ma non importa….e poi finalmente un mese tutto intero con mamma e papà tutto il giorno…

    Rispondi | Posted 18 10 2006, 3:59 pm
  2. sara, quanta poesia nei tuoi commenti: la poesia delle piccole cose, le più genuine.
    la tua deve essere stata davvero una bella infanzia:)

    Rispondi | Posted 18 10 2006, 4:12 pm

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# Anonymous says:

Posted on August 28th, 2008, 14:37