Partendo da Miles Davis, in fondo a destra per i puffi, dritto fino ai Matt Bianco
Sono la più piccola della mia famiglia e fra i miei fratelli e me c’è una grande differenza d’età.
Questa faccenda ha sempre avuto dei grossi risvolti positivi, alcuni li ho colti allora, altri più in là con gli anni.
Essere la più piccola voleva dire coccole, comprensione e strada spianata. A volte però voleva anche dire subire i gusti musicali dei fratelli senza potersi ribellare e sentire per ore quello che per me era rumore.
Mio fratello, musicista jazz, amava ascoltare i 33 giri di Miles Davis a tutto volume nel soggiorno di casa. Ricordo ancora oggi la sensazione che quegli strombazzi disordinati provocavano alle mie orecchie.
Nulla, non potevo fare nulla, potevo solo chiudermi in camera e cercare di ingaggiare una competizione accendendo il mio Penny dove, senza soluzione di continuità, girava il 45 giri dei puffi.
Ma qualcosa nella mia strategia non andava, perché non sono mai riuscita a convincere mio fratello della validità musicale di quei pezzi.
Poi, nell’età della ragione quel rumore incominciava a diventare musica, complici anche gruppi di acid jazz che mi portavano, attraverso una strada più soft, a capire ed amare anche il jazz più “rumoroso”.
Il caso voleva che un altro mio fratello ascoltasse i Matt Bianco: me-ra-vi-glio-si!
Rimasi folgorata.
Avevo scoperto la mia musica, quella che le mie orecchie reclamavano, ma che la mia voce ancora troppo giovane e acerba, non sapeva chiamare.
L’avevo trovata e non dovevo farmela scappare: un mix di soft jazz, bossa nova, e coretti tipo “shura durura, shura durura, shura durura, durura duru-ru-ah”.
Invece, me la feci scappare: ero troppo piccola, non riuscii a stare dietro al gruppo, che dopo un po’ si prese una pausa discografica, o almeno così credevo allora.
Qualche anno fa, in un grande negozio di dischi, mi saltò agli occhi una raccolta dei loro pezzi migliori…credo sia il cd che ho ascoltato di più.
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